I PRINCIPI DI TAYLOR

 


César Aira è un prolifico scrittore argentino che un suo lettore attento e appassionato, Roberto Bolaño, ha definito eccentrico inquadrando il suo stile tra Gombrowicz, Roussell e Villa-Matas. Romanziere, saggista, autore teatrale, Aira ha scritto anche una imperdibile biografia sulla poetessa biografia della grande poetessa argentina Alejandra Pizarnik. Ma se questa opera ha un soggetto in qualche modo intrinseco alla sua traiettoria estetica e intellettuale, sembra sorprendente che nella raccolta di racconti pubblicata nel 1993 con il titolo Buenos Aires, Aira abbia dedicato una novella vagamente biografico a Cecil Taylor, leggendario pianista e compositore afroamericano protagonista trascendente dell’avanguardia jazzistica. Questo racconto, particolarmente amato da Bolaño e da Patti Smith, che lo ha recensito in maniera entusiastica sul New York Times, inserisce gli aspetti biografici di Taylor nella finzione, in una maniera affine a quella con cui nel 1959 Cortázar ha parlato della vita travagliata di Charlie Parker nel suo Il Persecutore. Punteggiata da riflessioni sull'arte della biografia, sulla narrazione, sulla musica, la biografia di Taylor è reinventata partendo da frammenti aneddotici sulle privazioni e le difficoltà esistenziali sopportate durante la fase iniziale della sua carriera in cui la comprensione percettiva del pubblico veniva messa a durissima prova. Insistere nell’approccio radicale della sua rivoluzione estetica gli è costata anni di alienanti fallimenti che questa specie di Duchamp ha collezionato smantellando imperterrito persino la nozione stessa di struttura nel jazz. Ecco di seguito un eloquente passaggio tratto dal racconto di César Aira che io ho letto nella versione illustrata da El Marinero Turco, pubblicata dalla Editorial Mansalva nata nel 2005 e guidata con acume dal poliedrico poeta Francisco Garamona.

“1956. A New York, viveva un uomo di nome Cecil Taylor, un musicista nero, non ancora trentenne, un pianista tecnicamente innovativo, un compositore e improvvisatore intriso delle tradizioni popolari e intellettuali del secolo. A parte una mezza dozzina di musicisti e amici, nessuno sapeva o riusciva a capire cosa stesse facendo. Come avrebbero potuto capire? Era al di là della portata del prevedibile. Nelle sue mani il pianoforte si trasformò istantaneamente in un metodo compositivo libero. I cosiddetti “tone cluster” che impiegò nella sua scrittura evanescente erano già stati usati dal compositore Henry Cowell, ma Cecil andò oltre, complicando le armonie, sistematizzando la corrente sonora atonale in flussi tonali, producendo risultati senza precedenti. La sua velocità, l’interazione di diversi meccanismi, l’insistenza, le resistenze intrinseche. Viveva in un modesto appartamento in subaffitto, nella parte inferiore dell’East Side di Manhattan. Il posto era pieno di topi neri e c’era una popolazione fluttuante di scarafaggi. Porte socchiuse, la solita promiscuità di un vecchio condominio con le sue scale strette e le sue radio accese. Quello era il tipo di atmosfera. Dormiva lì per tutta la mattina e parte del pomeriggio, e usciva all’imbrunire. Lavorava in un bar che faceva parte del quartiere. Aveva già fatto un disco ( Jazz Advance) per una piccola etichetta indipendente, che non lo aveva distribuito. 

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