El "Tano"Juan Rodolfo Wilcock




Prima di leggere "Lo stereoscopio dei solitari", una raccolta di racconti scritti da Rodolfo Wilcock, conoscevo solamente Dostoevskij e Gadda, tra gli autori che hanno scoperto il loro talento letterario dopo esserci cimentati negli impervi studi che richiede una laurea in ingegneria: ho sperimentato in prima persona  quello che vuol dire. Ma fra i tre, nessuno come Wilcock ha trasfigurato il proprio sapere scientifico, in un sistema letterario. Infatti a Wilcock queste conoscenze sono servite per alimentare curiosità e bizzarrie, per inserire in una realtà fantasmatica personaggi partoriti da una sorta di bestiario surreale che sembra essere attinto dall'iconografia di Bosch. 



All'inesauribile creatività con cui sono descritte queste figure mostruose lo scrittore associa uno humor noir che sembra esercitare la funzione di critica feroce ai conformismi con tutto il misero catalogo dei loro luoghi comuni. Questo paradossale dialogo tra l'invenzione di esseri che trasudano una impietosa crudeltà e un quotidiano rappresentato come la mediocre maschera del caos, non basta a inquadrare l'opera di Wilcock nell'ambito della letteratura fantastica. 


Forse sembra più azzeccata l'ipotesi suggerita da Hector Bianciotti che si sbilancia sottolineando il carattere "postfantastico" dell'autore. Ma in fondo l'etichetta, almeno per il libro di cui si parla, sembra un pò tirata per i capelli, vista l'ispirazione eterogenea dell'autore nel suo eccentrico e sfuggente iniettare le pagine con continue contaminazioni dalla cultura popolare, dai media, dalla società dei consumi, dalle discipline scientifiche. In sostanza l'autore ha costruito un mondo letterario a se, pagando con l'impopolarità il suo volontario porsi ai margini. Atteggiamento che ha unito come mai la risposta del pubblico a quella della critica che Wilcock ha castigato in un suo articolo, sostenendo come essa "consiste universalmente nel rimproverare ad un'autore di non aver fatto quello che non intendeva fare". Da questa posizione di aristocratica indifferenza verso il mondo letterario, Wilcock si permette di trattare in questo libro il sentimento della solitudine, vale a dire di una delle ossessioni che più lo coinvolgono. Lo fa disegnando 60 racconti che hanno la fulminea brevità del frammento, descrivendo iperboli dalla squisita perfezione formale. Il risultato estetico è un linguaggio raffinato che affida la sua eleganza ad un'esattezza senza tempo, sorvegliata dalla pignoleria di chi si è dedicato per anni al delicatissimo ruolo di traduttore. A proposito ricordiamo che un'altra singolarità dello scrittore argentino è quella che lo ha convinto a decidere di esprimersi in italiano, lingua del paese dove ha vissuto dal 1957, in fuga dal peronismo che detestava. In Argentina dove era nato nel 1919, la sua fama letteraria si era affermata negli anni '40 in ambito poetico con versi dal quale traspariva un intimismo neoromantico di stampo anglo tedesco. 

La prima raccolta del ventunenne Juan Rodolfo Wilcock

Da lì alla gravitazione intorno alla rivista Sur e al suo cenacolo con i vari Bloy Cerares, Jorge Luis Borges, ma soprattutto Silvina Ocampo anche per affinità estetiche. Le raccolte pubblicate in Argentina furono sei e l'ultima del 1953, per eccesso di zelo cronologico fu intitolata Sexto: dopo sopraggiunse un lungo silenzio che in seguito l'autore spiega scrivendo in terza persona: "Dopodichè il suo mestiere ormai confermato e la sua reputazione ormai completamente rovinata, l'autore si rivolge all'ozio,alla lettura, alle distrazioni dell'esilio e del teatro". Clamorosamente, dopo un lungo silenzio, la sua vena lirica è svanita e quando Wilcok approdò stabilmente a Roma, cambiò lingua e pelle, cimentandosi nella progettazione della narrazione originalissima di cui si è già accennato. Però svanita dal mondo editoriale per rimanere una sorta di confessione intima riservata ad una regione segreta e felice, coltivata con maestria alessandrina e spezie agrodolci ai margini della sua poliedrica attività letteraria e giornalistica (sulle pagine de Il Mondo, La Nazione, Sipario, La voce repubblicana dove teneva una colonna fissa intitolata "I segni del Tempo"). Nell'introdurre la sua raccolta Poesie spagnole del 1958, e confermando l'attitudine a descriversi in terza persona scrive: "spinto da una serie pittoresca di casi, egli non accetta di cambiare lingua e pubblico, e avvalendosi di aiuti e sotterfugi, comincia a scrivere una specie di italiano". Una specie di italiano così illuminata da richiamare i migliori commenti di un'intellettuale sensibilissimo come Italo Calvino. 











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