Nota di copertina per il cd Pollock Suite di Ferdinando Faraò


IL FUORI E IL DENTRO
                                                                                                                     

   Ogni buon artista dipinge ciò che è.(Jackson Pollock) 
                                                                                                                                                              


La Pollock-suite di Ferdinando Faraò non è il risultato di un capriccioso intellettualismo d’occasione, bensì il punto di arrivo di un percorso artistico che ha visto il suo artefice essere portatore sano di un’ossessione che coniuga la musica con le arti figurative contemporanee e la natura, cogliendo l’importanza dell’aspetto psicologico della creatività e suggellando il mito romantico della natura nella ricerca delle tracce di un’originaria e ormai smarrita armonia.
L’inconscio e la natura quindi: il dentro ed il fuori, come aspetti di un’unica realtà che l’artista vuole conoscere e comunicare attraverso il proprio lavoro.
Se in Escher-suite il risultato musicale rifletteva l’iperrealtà visionaria, incisa con meticolosità fiamminga dall’artista olandese e nel progetto multimediale Essenza  la musica era volta a riprodurre metaforicamente le suggestioni dei quattro elementi naturali, il concepimento musicale di un lavoro su Pollock ha  simbolicamente  sintetizzato le due istanze , visto che  la profondità delle immagini dell’artista americano rimandano da un lato all’interesse verso un contatto profondo con  la natura, mentre dall’altro fanno emergere l’inconscio come accade per le “visioni interiori” escheriane o per quelle delle avanguardie storiche europee.
E si tratta di una poetica del “concepimento” proprio perché incarna l’idea picassiana secondo cui “...l’arte si trova nel suo concepimento, dopo tutto è già finito”, un concetto che appare palesemente fondante anche nella pratica dell’improvvisazione di cui si nutre la musica afroamericana e quindi le nove tracce della Pollock-suite registrate da Faraò e compagni, che in questo linguaggio si riconoscono.
Lo si percepisce nitidamente nell’ascoltare come proliferano irrepetibilmente i filamenti che si dipanano dal materiale tematico, seguendo una sorta di dripping sonoro pronto a  svilupparsi in maniera differente, e forse irriconoscibile, ogni qual volta  queste composizioni verranno eseguite dal vivo, specularmene all’aria sorgiva di concepimento menzionata che ha segnato la vertiginosa turbolenza dell’action painting di Pollock.
Una differenza che è abbandono all’avventura creativa sperimentata con una sorta di scrittura automatica di conio surrealista, realizzata con il sovrapporsi di arricciate spire melodiche non costrette da lacci armonici e strutturali particolarmente vincolanti, sotto il quale agiscono ellissi ritmiche in cui vibra, elastica ed avvolgente,  una sensibilità eccitata da scosse e colori che in alcuni frangenti sembrano il parto di un atto ancestrale e totemico.
Ma c’è ancora qualcosa sotto la lattea consistenza del ritmo, qualcosa di analogo al sostrato sedimentato nel subcosciente in cui sono scritte le relazioni dell’essere con il suo ambiente.
Inquieta più che astratta, la materia sonora si manifesta con un  tessuto sensibilissimo scaturito dall’insieme di questi procedimenti sovrapposti e reinventati in ogni brano,  una materia profumata di libertà tanto da tradurre perfettamente in musica il messaggio linguistico di Pollock, pragmaticamente riassumibile in: liberarsi è liberare, creare è crearsi.



Una musica che nella sua apertura impulsiva  non è affatto trasparente, affermandosi per la generosa intensità con cui è vigorosamente modellata, giungendo ad esprimere un temperamento violento che non escludere né il sogno nè il gioco, riportando l’ascolto verso le sue fonti emozionali attraverso l’idea romantica di un’energia scatenata.
La linfa improvvisativa  che agita la musica di Ferdinando Faraò, come in pittura succede per l’espressionismo astratto, emerge come una pulsione tendendo a  darsi nella prassi dell’azione per offrirsi all’invenzione della realtà, non alla sua astrazione, come accade nell’estetica simbolica americana secondo cui il discorso artistico non si fonda su un linguaggio meramente allusivo, ma su segni che contengono già in sé stessi la cosa designata.
Azione che è l’opposto della rappresentazione in quanto dalla prima nasce il gesto mentre dalla seconda la forma: se nella pittura di Pollock il gesto dionisiaco si coaugula  in segno, nella musica di Faraò il gesto si fa suono sostituendo la rappresentazione formale con la partecipazione emotiva e la conseguente irruzione di un dato che l’oriente ha adottato da sempre a causa della formazione del mondo: il caso.
Un caso iniettato nelle vene delle trame contrappuntistiche per linee interne da illuminanti corrispondenze. Ne scaturisce un’architettura in cui le sezioni strumentali galleggiano come microuniversi attraversati da forze magnetiche discrete, le cui linee tortuose e flessibili si appoggiano sul magnetismo elastico del ritmo.
Così la musica risulta costellata di frammenti che si stabiliscono a diverse altezze, sottili e mai corposi, gravitanti con una leggerezza che permette loro il rapido attraversamento di un’epifania sonora o una sosta senza ingombro e senza squilibri in una materia luminosa e impregnata di un’energia magica, espansiva e mercuriale.
In questo quadro, tutti i musicisti contribuiscono con la propria sensibilità individuale a formare un agglomerato sonoro dove i pregevoli episodi solistici aderiscono in maniera sensazionale all’idea di partecipare allo spirito collettivo invocato dalla lucida regia di Ferdinando Faraò, uno spirito in cui si riconosce il suo stile di musicista e la sua statura interiore  in cui risuona un sentimento vivo e vero dell’umano. Parafrasando quello che Pollock definisce un “buon artista”, si può dire che l’impressione suscitata dalla musica di Faraò è che questa “dipinge” il ritratto interiore di “ciò che è” il suo creatore.
Fanfare, marce, danze, bagliori, onde, echi ipnotici e medusei, frasi melodiche che si presentano liberatorie o vischiose, suoni onomatopeici, ritmi e poliritmi: ora la materia silenziosa di Pollock ha una sua musica.

                                                                                                                   Franco Finocchiaro



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