Una esposizione curiosa e meritevole di più visite sta ospitando nelle sale del Musée d’Art Moderne de Paris 140 opere del pittore, poeta, scrittore inglese Brion Gysin (1916- 1986) che dopo un passaggio nel gruppo surrealista - ai tempi in cui vi figurava anche Picasso - dal quale fu espulso da Breton con l’accusa di conformismo, è diventato uno dei simboli della beat generation. Tuttavia, respingendo qualsiasi classificazione, Gysin non si è aggregato completamente a questa esperienza seppur di casa nel famoso Beat Hotel al civico 9 di rue Gît-le-Cœur, nel VI arrondissement. Il suo orientamento promuoveva approcci più estremi e radicalmente interdisciplinari, che lo hanno visto tra i primi professionisti delle performance multimediali. I lavori di Gysin sovvertono la realtà grazie ad esperimenti che combinano l’aspetto percettivo a quello poetico. Grande precursore, Gysin continua tutt’ora ad influenzare artisti visuali, musicisti e scrittori. Per esempio, a lui si deve l’invenzione del “cut up” (1959), tecnica di composizione basata sul montaggio di spezzoni di nastro magnetico pre-registrato e usata dal suo creatore in ogni forma espressiva d’arte, mentre sarà resa in seguito più popolare dal suo sodale William Burroughs che la focalizzò solamente sui romanzi. L’anno seguente, Gysin fece riprodurre nello studio sperimentale della BBC una sua poesia sonora intitolata “Pistol poem” costruita con il criterio della permutazione. Qui ad essere permutato è il suono di uno sparo di pistola registrato ad un metro da lui, a due metri, a tre, a quattro e a cinque: prima nella sequenza di distanza progressiva, quindi sovrapponendo l’intera struttura al contrario, con il risultato di ottenere il ritmo ternario di un valzer folle! Philip Galss che l’ascoltò da una stazione radiofonica americana, ne rimase folgorato e influenzato come altri compositori minimalisti! Nel 1962, insieme allo studente di matematica Ian Sommerville, Gysin realizza la “Dreamachine”, punto di riferimento della sperimentazione psichedelica che Timothy Leary saluta come “la più sofisticata invenzione neuro-fenomenologica mai disegnata”. 




Questo marchingegno scatenava effetti visivo-percettettivi intermittenti attraverso un cilindro ruotante posto sopra un grammofono, con un campo di bagliori vibranti prodotti dalle otto alle tredici volte al secondo. Tra le sue diverse pubblicazioni discografiche, segnaleri quelle in cui è coinvolto anche un’eclettico sassofonista quale è stato Steve Lacy: la prima nel 1981 intitolata Songs (Hat Art); la seconda Self-Portrait Jumping (Made to Measure) del 1993, opera postuma che oltre ad includere in un brano Lacy, contiene i testi di Gysin sottolineati dalla grafica da Ramuntcho Matta (figlio del grande artista cileno post-surrealista) e arrangiamenti di Don Cherry, Lizzy Mercier, Descloux ecc. 



Concludo questa segnalazione con un commento dedicatogli dal suo amico Burroughs: “era l’unico uomo che io abbia mai rispettato. Ne ho ammirati molti altri, altri stimati e valutati, ma ho rispettato soltanto lui. La sua presenza era regale senza lacuna traccia di presunzione. Egli era in ogni momento impeccabile”. La mostra nella Parigi in cui Gysin ha abitato per oltre trent’anni, è aperta fino al 12 luglio di quest’anno.

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