L'antropologia anarchica di Graeber

Da più parti nel mondo, gli intellettuali stanno compiendo uno esuberante sforzo creativo, riflettendo attraverso le proprie competenze su come trovare plausibili vie d'uscita ai propositi neoliberisti che Pierre Bordieu ha descritto con la sua solita lucida e spietata chiarezza: la missione di questa forza reazionaria mira alla distruzione dei legami orizzontali e allo svuotamento del significato di collettività, a favore di un sistema planetario regolato dal sistema del mercato e della finanza. 
Una delle posizioni più ferme e originali è quella dello statunitense David Graeber che propone senza indugio di spostare le scienze sociali al centro di una nuova prospettiva politica, con l'antropologia in testa. Un'antropologia che esca dai filoni portanti su cui si è sviluppata, vale a dire quello più classico che da Jauffret arriva con molteplici teorie fino a Marcel Mauss, e quello più moderno segnato da Lévi-Strauss, dall'antropologia dinamista di Balandier, da quella marxista di Meillassoux (Marx e Engels si erano identificati con l'antropologia del coevo Lewis Morgan)  e da quella primitivista di Clastres. 

Graeber ha coniato per questo sistema di indagine sociale il termine di "antropologia anarchica", inquadrandolo nel campo che lui stesso definisce di "teoria bassa", in quanto la sua azione si limita all'osservazione di problemi concreti, legati alla trasformazione della società contemporanea che in questi ultimi anni sta congiurando contro una larga parte del corpo sociale. 
Partendo da questi presupposti basilari, è possibile indirizzarsi verso le altre scienze sociali, la politica, l'economia, a patto di utilizzare l'etnografia come "pratica intellettuale rivoluzionaria non avanguardista".
Il traguardo di questa strategia è quello di realizzare le condizioni in cui ricerca e azione risultino integrarsi in una democrazia diretta che superi il concetto di democrazia maggioritaria, fondato sulla contrapposizione tra una maggioranza ed una minoranza. Il rifiuto del modello ateniese che per sopravvivere necessita dell'apparato coercitivo dello stato, equivale ad affermare che la mediazione delle istituzioni sopprime l'eguaglianza e la stessa democrazia. Sostenendo esplicitamente questa posizione di rifiuto, già esposta dalle tesi di Pierre Clastres a cui Graeber si ispira, l'antropologo americano introduce il concetto di "improvvisazione democratica", laddove le decisioni vengono prese attraverso processi di consenso estranei ai meccanismi di uno stato. Sperimentare la democrazia improvvisata, equivale a partecipare attivamente nella realtà concreta in cui oggi emergono, sempre più palesemente, le contraddizioni della globalizzazione sbandierata dal neoliberismo come la grande e unica occasione della crescita economico-finanziaria.


Quindi, al dominio e all'asservimento che contraddistinguono gli sciagurati ideali in cui si riconoscono i neoliberisti, la risposta sociale deve opporre il recupero dei legami e delle solidarietà orizzontali (e qui torniamo a Bordieu), sottraendo gli spazi politici allo stato coercitivo e sempre più insopportabile. 
Queste pratiche rivoluzionarie esposte da Graeber non hanno l'obbiettivo di rovesciare brutalmente il potere, ma di  intraprendere un'azione collettiva per delegittimare le istituzioni esistenti (per intenderci, è un pò il modello seguito dagli attivisti di No Occupy).
Un pensiero che si collega con quanto sostiene un anarchico "non devoto" come Michael Onfray quando scrive: "che i militanti mettano giù il megafono e agiscano, anche modestamente, che costruiscano anche in piccolo, che si attivino a fare cose positive, che mollino gli striscioni per lavorare in una qualche associazione nella quale incarnare il loro ideale libertario, lucidando il proprio ideale anarchico con lo straccio del reale e del mondo...". 
Ed esistono già piccole realtà che hanno ingaggiato su questo terreno una lotta con lo stato. Una di queste, relativa al quartiere Sadr-city di Baghdad, è diventata un modello in tutto il medio oriente. Gli abitanti di questo rione hanno iniziato con innocue iniziative creative come quella di allestire una clinica ostetrica e quindi una milizia che ha consentito loro di controllare il territorio. Un'altro modello è la strategia di negoziazione dei Chiapas che fa seguire un cessate il fuoco ad una iniziativa insurrezionale: le trattative che ne risultano mettono in relazione con lo stato, le strutture democratiche di base. Sempre in Sudamerica, si sono affermate altre due lotte analoghe. 




La prima riguarda la città di El Alto che, può fare pressioni sul governo in quanto una ribellione popolare riesce a bloccare tutte le vie d'accesso alla capitale La Paz: così a due riprese, nel 2003 e nel 2005, l'iniziativa degli indios organizzati ha fatto cadere due presidenti favorendo l'elezione di Evo Morales. Protagonista della seconda è stato il popolo argentino che ha delegittimato il potere con i celebri  raduni nei giorni seguenti al crak del paese, accompagnandosi con il rumoroso e ossessivo fragore delle pentole percosse. Fatto sta che il socialdemocratico Kirchner è riuscito ad imporre al FMI il taglio del debito. 
In sostanza, secondo Graeber, queste esperienze insieme ad altre come ad esempio la battaglia di piazza Thair in Egitto, scoppiata per la conquista dei diritti politici ostacolati dall'imperialismo americano, o quella di Occupy Wall Street, focalizzata sul conflitto di classe scatenato dagli interessi capitalisti, fanno parte di un medesimo disegno internazionale che sta minando la solidità del sistema in cui operano gli stati attraverso i loro rappresentanti. 
Graeber crede, come Alain Bodieu, che queste forme di capitalismo contemporaneo non siano una nuova veste post-moderna del vecchio capitalismo, bensì la fase del solito capitalismo: quello descritto nel presagio socio economico in cui Marx preannunciava il pericolo della sua barbarie, appoggiata per di più dagli stati che il filosofo tedesco battezzava "procuratori del capitalismo". Non sono forse i rappresentanti degli stati a minacciare il welfare, i diritti acquisiti, i salari, legiferando a vantaggio delle banche, della finanza e delle loro speculazioni? 




Ed è proprio la critica alla rappresentanza ad essere la cartina di tornasole dal quale emerge una nuova coscienza ormai diffusa: il potere politico si è mimetizzato con quello economico che a sua volta ha immaginato la sua prosperità attraverso i meccanismi leciti e illeciti della finanza. Resta da capire se sia corretto credere che le forme di resistenza antagoniste al sistema debbano essere guidate dalla vecchia bussola comunista. 
Per Graeber, utilizzare questo termine apre una questione delicata ed insidiosa. Allo stato delle cose, le stesse persone che da un lato credono al luogo comune del fallimento del comunismo, dall'altro intraprendono forme di cooperazione sociale che ne sono una pratica efficace. 
Questo potrebbe essere il punto di partenza per mettere in ordine le idee sul concetto di comunismo ai giorni nostri. Se invece vogliamo dare a questa parola il significato tradizionalmente vicino alla classe operaia, il comunismo è presente in ogni rapporto di cooperazione sociale fondato sul principio: "da ognuno secondo la sua capacià a ognuno secondo i suoi bisogni". Graeber sostiene che il capitale sfrutta queste relazioni cooperative insite nelle capacità umane di lavorare insieme, asserendo che "il capitalismo è una forma perversa di organizzare il comunismo". 





In base a questo, la conclusione della sua tesi afferma che è giunto il momento di incominciare a disegnare una buona organizzazione del comunismo, tenendo presente che la sua praticabilità viene dimostrata da una miriade di piccole esperienze. La posizione, che continua a considerare l'opera di Marx come uno degli strumenti indispensabili per cercare una via di fuga dal capitlismo, è del tutto singolase se la immaginiamo teorizzata da un sedicente anarchico. Vuol dire che siamo di fronte ad una forma di post-anarchismo, immanente e pragmatico, fecondato sulla base dell'anarchismo classico attraverso la riflessione filosofica di Elisée Reclus. 
In ogni caso sbandierare questi concetti è costato a Graeber il mancato rinnovo del contratto alla prestigiosa Yale University e il suo trasferimento in Inghilterra, dove è stato accolto al Goldsmiths College di Londra per insegnare antropologia. Ma neppure queste vicissitudini professionali sono riuscite ad intiepidire la passione di Graeber che ha continuato a far parte dei DAN (Direct Action Networks), per osservare i comportamenti di un importante movimento come quello dei No Global statunitensi, con l'obbiettivo di svelarne i profili e gli scopi,  seguendo un procedimento che miscela antropologia ed etnografia. 
Il ruolo di queste due discipline sociali viene perciò messo in discussione, spostando le loro potenzialità aldilà del classico compito di studiare il mondo, per coinvolgerle direttamente nella battaglia contro lo stato attuale del mondo.

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