KIKE FERRARI, LETTERATURA, ALCOOL, HEAVY METAL
Kike Ferrari è un autentico proletario argentino con un curriculum umano da romanzo in cui ha trovato posto un’invidiabile erudizione da autodidatta iniziata a otto anni con il Le Tigri di Mompracem di Salgari che gli ha regalato il nuovo compagno della madre, ma segnata da Lev Trotsky: “il mio primo incontro con il trotskismo è avvenuto perché Trotsky è un grande scrittore, come Marx. Il Diciotto Brumaio di Luigi Buonaparte è una lettura che ti invita ad essere marxista: è un romanzo straordinario, pieno di fantasmi; per me era Shakespeare!”. La sua maniacale necessità della lettura lo ha decisamente aiutato nella carriera di scrittore iniziata nel 2004 con una sorta di ode al realismo (Operazione Bukowsky), realizzata senza aver frequentato laboratori di scrittura, senza mentori, in una famiglia dove nessuno scriveva. Rapidamente: nato a El Palomar, un sobborgo di Buenos Aires nel 1972 e quindi bambino durante la dittatura; imberbe aiutante fornaio nel panificio del patrigno; tredicenne militante nella sezione di Constitucion del gruppuscolo trozkysta MAS (Movimiento al Socialismo, fondato dal mitico Nahuel Moreno nel 1983); immigrato irregolare negli USA dove si arrangiava nei pressi di Miami come giardiniere e mercante d’arte(!), ma espulso dopo un triennio conclusosi con una settimana di carcere di sicurezza, circondato dalla palude di Krone con i suoi affamati coccodrilli; mille lavori precari tra i quali addetto di un call center, autista in una ditta di traslochi, tassista, impiegato nel dipartimento educativo nei centri di detenzione minorile, guardia di sicurezza in un locale di tango…; bassista e paroliere della band 7Whiskyes Doble; sposato e padre di tre figli; finalmente chiamato per un posto fisso con il compito di barrendero che ogni giorno pulisce una stazione della linea B della metropolitana di Buenos Aires; coraggioso delegato sindacale dell'AGTSyP (Sindacato dei Lavoratori della Metropolitana e della Premetro) in un’epoca molto complicata per le ritorsioni che colpiscono chi si impegna nella difesa dei lavoratori; autore che scrive con regolarità su Acoplando, la rivista culturale del sindacato e su periodici e blog quali Juguetes Rabiosos, La Granada, Sudestada, Marea Popular, Visión, El Andén o Sonámbula ...
Tutto come una impaziente attesa dell’oscurità notturna in cui si trasforma in motivatissimo scrittore underground, pubblicando romanzi in tirature minime ma meritatamente pluripremiato e di successo internazionale con riconoscimenti entusiasti da ammiratori quali Paco Taibo II…o Carlos Zanón che scrive: “Kike è così reale da sembrare incredibile. Così onesto da sembrare un impostore. Scrive da un luogo che non esiste più, con grande abilità e un tocco preciso.” E inoltre tante risse furibonde; tanto tifo per il River; tanta birra al punto di essere scelto come testimonial nella campagna pubblicitaria della cerveza Grolsch (2000 dollari e 25 lattine al mese come prebenda); robusto bevitore di whisky che definisce “una bevanda leale e melanconica”; immancabili allenamenti quotidiani di taekwondo per onorare la sua cintura nera terzo dan; tanto sulfureo Haevy Metal che ama ascoltare e che oggi suona con i Búho. Ora è stato invitato al festival Letteratura working class di Campi Bisenzio per il suo ultimo romanzo Todos nosotros ( in italiano per Alegre) che aveva presentato inizialmente al bellissimo teatro-bar dell’Abasto chiamato Tano Cabrón, caricando su youtube due falsi documentari sul Proyecto Coyoacán (località dove fu ucciso Trotzky) e sulla band heavy metal Edgar Allan Trotsky, due catalizzatori che plasmano la narrazione di un romanzo forse partito da una domanda: e se nel 1940 si fosse riusciti ad impedire allo spagnolo Ramón Mercader del Rio di assassinare il traditore Lev Davidovich Trotzky nel suo rifugio messicano, che piega avrebbe preso la storia? Nella sua finzione utopica Ferrari immagina un gruppo di giovani amici trotskysti e metallari convinti che sventare quell’omicidio avrebbe avuto ripercussioni molto positive per i lavoratori del futuro. Così uno di essi inventa una macchina per viaggiare indietro nel tempo ed impedire l’assassinio del loro idolo. Un viaggio impossibile sognato dall’autore fino a credere che non lo sia, come influenzato da Lenin che scrive “bisogna credere ai propri sogni, realizzando scrupolosamente le nostre fantasie". Questo mette in scacco l’idea platonica (condivisa tra gli altri da Perón) della coincidenza tra la realtà e la verità, che Ferrari vede palesemente separate ma anche sovrapposte nella sua letteratura: il romanzo ha infatti elementi scupolosamente attinenti alla ricostruzione della realtà in quell’agosto 1940, ma anche altri fatti indispensabili a raccontare la verità di quel tempo: aleggia l’eco delle parole di Andrés Rivera: "La lotta dei rivoluzionari è perdere e resistere, resistere e perdere, e non confondere la realtà con la verità". Ferrari lo fa usando una varietà di voci, stili, epoche, lingue e artifici narrativi, con l’idea di rendere il romanzo ideale per la lettura in metropolitana, nelle sale d'attesa e nelle file agli uffici pubblici, illustrandoci il suo concetto di letteratura che secondo lui “non può essere solo un altro spettacolo: deve commuovere, far pensare, abbattere le barriere".

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